Dublino, 21 marzo 2026 – Il viaggio delle radici laziali fa tappa in Irlanda, dove, fin dagli anni ‘50, centinaia di famiglie partite dai piccoli borghi tra Frosinone, Latina e Rieti hanno trovato lavoro dietro il bancone di una friggitoria. Il progetto “I Racconti delle Radici”, promosso dalla Regione Lazio, arriva sulle strade umide di Dublino, tra le vetrine appannate dei “chip shop”, quei locali dall’odore forte di olio e merluzzo che per generazioni sono stati casa per tanti italiani all’estero.
Le storie degli emigrati laziali tra Dublino e Cork
Dietro queste storie spesso ci sono una valigia di cartone e una vecchia foto sbiadita. Le famiglie laziali in Irlanda, secondo gli archivi parrocchiali di Cassino e Sora, sono arrivate già negli anni ‘40, ma è dopo il 1956 che l’arrivo si fa consistente. In quartieri popolari come Phibsborough a Dublino o Blackpool a Cork, cognomi come De Angelis, D’Agostino e Tucci sono comparsi sulle insegne dei negozi. Una ricerca dell’Università di Galway conta oggi almeno 3.000 famiglie irlandesi con antenati laziali.
Dietro il bancone del suo chip shop in Moore Street, Antonio Tucci racconta: “Mio padre diceva sempre che il merluzzo in Irlanda era diverso da quello del Tirreno. Ma con la panatura giusta anche qui si fa la differenza”. Antonio ha preso in mano il negozio dal padre nel ’91. Nel retro sono appese ancora le foto della vecchia Roccasecca. “Eravamo pochi, ci aiutavamo come potevamo – ricorda – i primi anni sono stati durissimi, quasi nessuno parlava inglese”.
Il fish and chip diventato mestiere italiano
Dagli anni ‘60 in poi i chip shop gestiti da italiani – soprattutto laziali ma anche campani e abruzzesi – hanno trasformato il volto del centro città irlandese. “Il fish and chip è un piatto inglese, ma qui è diventato famoso grazie agli italiani”, spiega Padraig O’Neill, storico locale esperto della migrazione italiana. “Non è un segreto: alle fiere, nei mercati coperti, erano sempre loro i più richiesti”. Perché? La manualità che si tramanda da generazioni, la capacità di friggere veloce ma con attenzione.
Oggi figli e nipoti continuano questa tradizione. Alcuni hanno innovato – con hamburger gourmet o opzioni vegane –, altri restano fedeli al modello classico: baccalà avvolto nella carta oleata, patatine spesse, aceto bianco e poco sale. “Facciamo tutto come faceva nonna”, confida Sara De Angelis, trentenne con accento ormai irlandese. “Per me il fish and chip sa di casa”.
Il progetto “I Racconti delle Radici” sulle strade irlandesi
La tappa irlandese del progetto voluto dall’Assessorato alle Politiche Sociali del Lazio è partita a febbraio da Dublino per poi arrivare anche a Galway, Cork e Limerick. “Vogliamo raccogliere non solo testimonianze orali ma anche fotografie, ricette e oggetti portati dagli emigranti”, spiega Cristina Lucarelli, referente del progetto. In mostra fino al 27 marzo alla “Italian School of Ireland” grembiuli ricamati, vecchi menù scritti a mano e perfino una friggitrice degli anni Settanta arrivata da Ceccano.
La raccolta non si ferma ai ricordi personali: le interviste diventeranno un docufilm curato dalla regista romana Paola Meloni, in uscita su RaiPlay ad aprile. “Abbiamo scoperto storie di resistenza e solidarietà”, dice Meloni. “Una volta le friggitorie erano punto d’incontro per gli italiani: la domenica dopo messa si beveva caffè e si scambiavano notizie dall’Italia”.
Identità italiana e nuova cittadinanza
Questo progetto mette in luce un aspetto poco noto dell’emigrazione italiana: non solo chi partiva per l’America o l’Australia, ma anche chi restava in Europa. E se nel tempo i discendenti laziali si sono integrati nel tessuto sociale irlandese – come dimostrano i tanti matrimoni misti registrati dal Consolato italiano a Dublino –, il legame con le radici resta forte.
“Ogni anno torniamo a Sora per la festa del patrono”, racconta Paolo D’Agostino, ormai cittadino irlandese. “Ma qui davanti alla friggitrice calda ci sentiamo ancora un po’ italiani”. Tra passato e presente, Italia e Irlanda, I Racconti delle Radici trova così la sua voce più vera: fatta di piccoli gesti quotidiani come un cartoccio di fish and chips, un saluto in dialetto o una foto sbiadita dietro al bancone.