Milano, 24 marzo 2026 – Il mercato della moda sta vivendo uno dei momenti più difficili degli ultimi anni, e a dirlo senza giri di parole è stato ieri pomeriggio, durante una tavola rotonda alla Triennale di Milano, un rappresentante del settore. «Il mercato della moda oggi è molto complicato. Certo, la guerra non ci aiuta: in questo momento abbiamo una quarantina di negozi chiusi», ha detto con franchezza.
Moda in crisi tra chiusure e incertezza internazionale
A pesare sulla situazione sono soprattutto le tensioni geopolitiche delle ultime settimane. «La guerra ci ha colpito duro», ha aggiunto l’imprenditore, che ha preferito mantenere l’anonimato. I negozi chiusi – ben quaranta – non sono solo numeri: dietro ci sono famiglie, dipendenti e fornitori che si trovano all’improvviso senza lavoro.
L’effetto domino del conflitto si fa sentire anche su ordini e forniture. Secondo SMI-Sistema Moda Italia, negli ultimi tre mesi le aziende hanno dovuto affrontare ritardi nelle consegne e cancellazioni dagli storici mercati di Russia, Ucraina e alcune zone dell’Est Europa. Così, nel cuore di Milano ma anche nelle aree industriali del Nord-Est, l’incertezza è diventata una compagna fissa.
Impatto sulle filiere e sugli addetti
La crisi internazionale si somma a un’altra sfida meno visibile ma altrettanto preoccupante: la fragilità delle filiere produttive. La Camera Nazionale della Moda Italiana segnala che più del 60% delle imprese dipende ancora da fornitori esteri per materie prime fondamentali. I sindacati sottolineano come, in pochi giorni, i costi di tessuti e accessori siano saliti mediamente del 18%. Mentre alcune maison cercano soluzioni interne, altre stanno pensando a sospensioni temporanee della produzione.
Sul fronte lavoro la situazione si fa pesante fin da subito. In Lombardia – regione che da sola pesa per quasi un quarto del fatturato nazionale – i sindacati stimano che almeno 2.500 lavoratori siano finiti in cassa integrazione a rotazione nelle ultime settimane. «Il rischio è che questa fase di stallo diventi strutturale», avverte Giulia Re della Filctem-Cgil Milano, incontrata fuori da un storico laboratorio nella zona di Lambrate. Intorno a lei qualche lavoratore annuisce, con lo sguardo abbassato.
Le voci dal settore: strategie e preoccupazioni
Più dei numeri a raccontare la crisi sono state ieri le testimonianze dirette. Andrea Belli, direttore commerciale di un noto marchio di accessori moda, ha raccontato: «Ogni giorno riceviamo mail da clienti che chiedono se saremo aperti la prossima settimana o se arriveranno gli ordini fatti. Non sappiamo cosa rispondere: siamo tutti nella stessa barca». Un altro imprenditore piemontese-lombardo, che ha chiesto riservatezza sul nome della sua catena di negozi, ha spiegato: «Abbiamo già fermato nuove assunzioni e stiamo rivedendo i budget pubblicitari per la prossima stagione».
Tra paure e tentativi di ripresa, qualche segnale arriva solo dal digitale. L’e-commerce, soprattutto quello rivolto ai più giovani, regge meglio il colpo: secondo Netcomm per Alanews, negli ultimi sei settimane le vendite online sono cresciute del 9%, spinte dagli outlet digitali e dalle promozioni lampo. Ma tutto questo non basta a bilanciare il calo nei negozi fisici, penalizzati sia dall’insicurezza sia dalla stretta dei consumi.
Sguardo al futuro tra prudenza e resilienza
Il settore attende ancora segnali chiari sul fronte internazionale e chiede più sostegno dalle istituzioni su export e liquidità. Intanto le strategie nel breve periodo puntano soprattutto a tagliare i costi e gestire con attenzione i magazzini. «Dobbiamo resistere», ha confessato un buyer presente all’incontro milanese. Ma l’atmosfera resta carica di tensione. Nel frattempo le saracinesche abbassate dei quaranta negozi chiusi continuano a ricordare che il futuro della moda italiana passa per una strada più stretta del previsto.