Roma, 2 aprile 2026 – Ieri pomeriggio, poco dopo le 16.30, in una Palazzo Montecitorio che per un attimo è rimasto in silenzio, la deputata Giulia Sabbatini ha citato un passaggio che ha colpito chi era in aula: “A volte qualcuno, mia cara Pace, mi parla di te come di un sogno incantato; ma tu non sei un sogno, tu non sei un’isola che non c’è”. Lo ha detto durante la discussione sull’ordine del giorno dedicato alle tensioni internazionali – con una guerra che da mesi tiene l’Europa con il fiato sospeso – sottolineando la necessità di rilanciare i tentativi di mediazione. Quel momento ha zittito persino il brusio dei banchi. Segretari d’aula, consiglieri e cronisti raccontano che “sembrava quasi che nessuno volesse aprire bocca”, ha commentato un assistente parlamentare poco dopo.
Pace: sogno o realtà possibile?
Le parole di Sabbatini hanno fatto breccia proprio perché hanno trattato la pace non come una parola vuota o un ideale lontano, ma come qualcosa di concreto e raggiungibile. In questi giorni le città italiane – da Torino a Palermo, passando per Napoli e Firenze – sono invase da manifestazioni per chiedere il cessate il fuoco in Ucraina e in Medio Oriente. È un filo comune quello della speranza, che lega cittadini, associazioni e una parte della politica. “Non possiamo accettare che la pace sia solo un miraggio”, ha ribadito la deputata ai microfoni di alanews.it subito dopo il suo intervento. La crisi attuale si intreccia con scelte difficili: invio di aiuti militari, pressioni diplomatiche, richieste di tregua umanitaria. Da gennaio, riferiscono dal Ministero degli Esteri, sono più di 60 le risoluzioni parlamentari affrontate sul tema.
Il dibattito alla Camera e le reazioni
La giornata alla Camera è partita tra polemiche su quale debba essere la posizione italiana rispetto alle richieste internazionali. “Non possiamo vivere in una bolla”, ha detto il vicepresidente Luigi De Robertis. Qualcuno però si è mostrato più scettico: “Si parla troppo spesso di pace come se fosse solo un’utopia”, ha commentato la deputata Marta Lazzari (M5S). Nei corridoi dell’emiciclo però diversi parlamentari ammettono la difficoltà nel far capire ai propri elettori le scelte sulla politica estera. “Quando torno nel mio collegio, mi chiedono: perché l’Italia non fa di più?”, ha raccontato il dem Carlo Maurizi.
Le piazze si riempiono: voci dal territorio
Fuori dalle stanze del potere tornano a farsi sentire le piazze italiane. Sabato scorso a Bologna, secondo quanto riferito dalla questura, erano almeno 3mila i partecipanti al corteo contro la guerra. Striscioni semplici ma forti: “Non è un sogno”. Un gruppo di studenti del liceo Minghetti ha letto ad alta voce passi dalla Carta delle Nazioni Unite. Associazioni come Emergency e Rete Pace e Disarmo segnalano una crescita significativa delle adesioni alle loro campagne online: da febbraio a oggi le firme raccolte su internet sono quasi raddoppiate. Solo così si capisce davvero come questa battaglia vada oltre i confini della politica romana.
Le parole pesano nei momenti difficili
Per gli esperti politici, riportare la pace al centro del discorso significa soprattutto “richiamare tutti alla responsabilità collettiva”, spiega il professor Enrico Bianconi della Sapienza. Non è solo poesia fine a se stessa ma una risposta alle aspettative diffuse nel Paese. Molti tra chi era presente ieri pomeriggio – anche alcuni contrari alla linea ufficiale – hanno riconosciuto che l’intervento di Sabbatini ha “mosso qualcosa”. Un consigliere del gruppo misto è stato chiaro: “La pace non è un lusso da concedersi solo nei tempi tranquilli. O la costruiamo insieme o rischiamo davvero di perderla”.
Tra scetticismo e voglia di sperare
Il dibattito resta aperto. Da una parte c’è chi teme che la parola “pace” resti solo uno slogan vuoto; dall’altra chi sa che rinunciare anche solo a provarci sarebbe un errore grave. Nelle prossime settimane sono attesi nuovi incontri tra i principali partiti per cercare una posizione condivisa su invio armi e iniziative diplomatiche. Intanto nelle scuole italiane – da Roma a Bari – insegnanti e studenti preparano letture pubbliche e assemblee sul tema. Lo fanno senza grandi proclami, semplicemente con la voglia che quella parola smetta davvero di essere “un’isola che non c’è”.