Milano, 21 aprile 2026 – Un salto nel tempo tra stoffe e leggende, dal celebre Savoy di Londra fino alle passerelle di oggi: questo è il filo conduttore di “Gucci Memoria”, la mostra che ha aperto ieri nei chiostri del Museo Diocesano di Milano. Dodici arazzi raccontano i 105 anni di storia della maison fiorentina, dalla fondazione voluta da Guccio Gucci nel 1921 fino ai giorni nostri, segnati dalla guida creativa di Demna. L’evento, molto atteso in città, ha richiamato un pubblico variegato: appassionati, addetti ai lavori, volti noti della moda e tanti studenti delle scuole milanesi.
La storia tessuta in dodici arazzi
Il titolo “Gucci Memoria” non è casuale: qui sono gli arazzi a fare da protagonisti. Ognuno realizzato appositamente per la mostra, ciascuno racchiude – come ha spiegato la curatrice Marta Giani – “momenti chiave e simboli forti della nostra identità, dal primo laboratorio fiorentino fino agli incontri più recenti con la scena globale”. Il primo arazzo, appena varcata la soglia, mostra un giovane Guccio Gucci all’interno del Savoy Hotel di Londra. Qualcuno degli ospiti si è fermato lì per un bel po’: “Si sente proprio l’inizio di tutto – diceva ieri sera la designer Chiara Rossi – come se lì prendesse forma ogni cosa”.
Nel percorso espositivo si segue quasi obbligatoriamente una linea temporale che parte dagli anni ’20 per arrivare al dopoguerra, attraversando gli anni Sessanta dell’espansione mondiale e le decadi successive segnate prima dalla crisi e poi dal rilancio sotto Tom Ford. Solo alla fine – con un netto salto – si arriva all’ultimo arazzo firmato da Demna, attuale direttore creativo dal 2025.
Tra passato e presente: un ponte da non perdere
“Non è una celebrazione nostalgica”, ha detto lo stesso Demna durante l’anteprima stampa. “Piuttosto è un dialogo tra tradizione e innovazione. Ogni arazzo mostra ciò che ci ha resi riconoscibili ma anche il coraggio di cambiare pelle”. Nei chiostri il percorso si snoda tra luci soffuse e pannelli essenziali. Il pubblico avanza in silenzio, interrotto solo dal fruscio dei tessuti o da qualche commento sussurrato (“Questa scena sembra proprio uscita dai vecchi cataloghi degli anni Ottanta”, mormora una studentessa).
Gucci ha scelto di non esporre capi o accessori celebri, affidando tutto al linguaggio dei tessuti: una scelta poco scontata che molti hanno definito “rischiosa ma coerente”. Per Roberta Corsi, storica della moda, “è un ritorno all’essenziale: il racconto visivo senza filtri, dove la trama dell’arazzo mette in luce dettagli – come una valigia con il logo o motivi floreali classici – che bastano a evocare intere stagioni creative”.
Milano ancora al centro della moda
Non è un caso che la mostra abbia debuttato a Milano: come spiegano fonti interne al gruppo Kering, “Milano resta un punto cruciale non solo per gli affari ma anche per l’immaginario della moda italiana”. La scelta del Museo Diocesano, con i suoi chiostri seicenteschi affacciati su Corso di Porta Ticinese, rafforza quel legame tra patrimonio artistico locale e artigianalità internazionale che da sempre contraddistingue Gucci.
Tra gli ospiti all’inaugurazione c’erano anche membri della famiglia fondatrice. Patrizia Gucci ha confidato ai cronisti: “È emozionante vedere come la nostra storia venga raccontata ai giovani così, senza fronzoli ma con tanto rispetto per quello che è stato”.
La mostra rimarrà aperta fino al 28 luglio con orari estesi nel weekend. Il biglietto costa 12 euro (ridotto 8) e parte del ricavato servirà per restaurare gli stessi chiostri. Non sono mancati momenti toccanti tra i visitatori più anziani – qualcuno indicava con un gesto il secondo arazzo dedicato ai primi viaggi intercontinentali negli anni ’50 – mentre i più giovani fotografavano ogni dettaglio da condividere sui social.
L’eredità Gucci tra memoria e futuro
“Quello che resta è il senso di un passaggio continuo”, ha concluso la curatrice Marta Giani. “Ogni generazione ha messo qualcosa in più nel racconto. Memoria non come nostalgia ma come trampolino”. In fondo, questo è l’invito vero dietro Gucci Memoria: guardare indietro per capire quanta strada è stata fatta e quanto ancora si può cambiare.
Dopo Milano l’esposizione potrebbe approdare a Parigi e New York. Ma dal quartier generale fiorentino assicurano: “L’identità resterà sempre intatta: fedeli a una trama che si rinnova senza mai spezzarsi”.