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Sara Gelmini

sgelmini@gelmini.it

15 Marzo 2026

Milano, 15 marzo 2026 – Seduto dietro una scrivania ingombra di fogli sparsi, a pochi passi dal cuore di Milano, Marco Benassi – attore e regista quarantenne, con quella voce roca e le mani che non stanno mai ferme – si sofferma a riflettere sulla natura incerta del suo lavoro. «Il mio mestiere è tutta un’interferenza. Io stesso sono un’interferenza, perché prendo il posto di un altro». Parole pronunciate quasi sottovoce, ieri pomeriggio nella sala stampa del Piccolo Teatro, davanti a colleghi e giornalisti curiosi. L’occasione? La presentazione del suo nuovo spettacolo, “Secondo Turno”, che debutta venerdì prossimo.

L’interferenza come cifra dell’epoca

«È l’epoca in cui viviamo», ha spiegato Benassi, «con la tensione che porta il mio lavoro: un lavoro duro, che richiede molta attenzione». Poche parole ma dense di quel disagio diffuso tra chi lavora in teatro. Attori e tecnici, spesso “intercambiabili”, devono reinventarsi ogni giorno. Sul palco come dietro le quinte l’incertezza la fa da padrona: cast che cambiano all’ultimo momento, ruoli assegnati all’ultimo secondo, stagioni teatrali appese fino all’ultimo giorno prima della prima. E se lo dice Benassi – reduce da due produzioni saltate per problemi di budget –, allora quel sospetto che non sia solo una battuta si fa strada tra le poltrone rosse.

Secondo i dati del Sindacato Lavoratori dello Spettacolo, negli ultimi due anni oltre il 30% dei professionisti ha dovuto accettare incarichi temporanei o sostituzioni improvvise. Qui la precarietà è la norma. Eppure, sottolinea il regista milanese, «la cura è l’unica cosa che tiene tutto insieme».

Le conseguenze della tensione continua

Non è raro – dicono alcuni della compagnia – che questo clima pesante finisca per influenzare la qualità stessa del lavoro. Eleonora Russo, attrice ventottenne al suo primo spettacolo al Piccolo, parla di “un’ansia costante”, difficile da scrollarsi di dosso: «Si vive sempre in attesa di una telefonata che può cambiare tutto in pochi minuti. Un collega sta male e tocca a te salire sul palco senza neanche aver dormito». In questo scenario la linea tra chi “resta” e chi “passa” si sfuma.

E poi c’è il pubblico. Un’indagine recente commissionata dall’Associazione Amici del Teatro di Milano mostra come l’instabilità arrivi fino alla platea: il 40% degli spettatori abituali ha notato “cambi repentini nei cast” negli ultimi mesi. Un dato che mette a nudo la fragilità dell’intero sistema.

Un lavoro che chiede cura, tra fatica e passione

Quella parola – cura – torna spesso nelle parole di Benassi. Non come una promessa rassicurante, ma come un obbligo quotidiano. «Non basta essere bravi – dice togliendosi gli occhiali – serve attenzione. Occhi aperti su tutto quello che succede intorno». La fatica di restare dentro un ambiente instabile si somma al bisogno costante di trovare nuovi stimoli.

I tecnici delle luci – tra cui Giorgio De Santis, presente da quindici anni – parlano di “aggiustamenti continui”, a volte anche mentre lo spettacolo va avanti: «Luci che saltano, audio da ricalibrare al volo perché cambia chi parla o dove si muove». E quando qualcosa va storto? «Sorridi e sistemi tutto senza far troppo rumore».

Dietro le quinte: prospettive future

Nonostante tutto, i giovani continuano ad avvicinarsi a questo mestiere. Al laboratorio del Piccolo Teatro – ogni giovedì dalle 17 alle 19 – si affollano aspiranti attori e tecnici. Sognano una stabilità che forse non arriverà mai davvero. «Ma alla fine – ammette Benassi salutando i presenti – questa precarietà ci tiene vivi. Siamo tutti interferenze, nessuno escluso».

Un’affermazione forte che lascia il segno tra i presenti. Da qui passa il senso vero del teatro oggi: resistere all’incertezza, vivere nell’interferenza con la stessa passione messa sulla scena principale. Anche se costa fatica e qualche volta fa sentire fuori posto.

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