Cosmesi italiana resilienti: Urso celebra il successo del Made in Italy nonostante le crisi globali

Sara Gelmini

sgelmini@gelmini.it

2 Aprile 2026

Milano, 2 aprile 2026 – L’industria cosmetica italiana resiste e si reinventa, anche in un panorama globale segnato da conflitti e tensioni. L’ultimo anno ha dimostrato non solo la capacità di affrontare le difficoltà, ma anche quella di intercettare nuove opportunità di crescita. È quanto emerge dai dati presentati ieri al convegno annuale di Cosmetica Italia, alla Fondazione Feltrinelli di Milano.

Il settore cosmetico italiano regge la pressione internazionale

Secondo Cosmetica Italia, la produzione nel 2025 ha superato i 13,4 miliardi di euro, con un aumento del 9% rispetto al 2024. Le esportazioni, spinte soprattutto dalla domanda negli Stati Uniti, in Francia e in Germania, pesano ormai quasi per il 46% sul fatturato totale. “Anche nei Paesi segnati da crisi politiche ed economiche, il marchio italiano continua a conquistare nuovi clienti,” ha spiegato Renato Ancorotti, presidente dell’associazione.

Durante la presentazione sono saltati all’occhio alcuni dati importanti: oltre 40mila lavoratori diretti e più di 500 aziende sparse su tutto il territorio nazionale, con un’alta concentrazione in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Il quadro internazionale non è però senza incognite. La guerra in Ucraina e le tensioni commerciali tra Occidente e Asia hanno rallentato le forniture di materie prime — soprattutto ingredienti naturali dall’est Europa — e fatto lievitare i costi della logistica. Nonostante tutto, l’effetto negativo sembra finora limitato.

Strategie di adattamento e nuove opportunità

Davanti a queste difficoltà, le aziende italiane della cosmesi hanno puntato su soluzioni concrete: ampliare la rete dei fornitori, investire in una logistica più agile, sviluppare prodotti green e tracciabili. Non si tratta solo di resistere alle difficoltà ma di trasformarle in occasioni per innovare. “Solo rafforzando i legami con le università e puntando sulle nuove competenze potremo restare competitivi nel medio termine”, ha sottolineato Elisa Ferrari, direttore generale di una storica azienda milanese.

Un altro dato interessante riguarda le start-up: circa 200 nate negli ultimi cinque anni, molte focalizzate sulla sostenibilità o sulla dermocosmesi. Parallelamente cresce l’attenzione verso la tracciabilità delle filiere e la trasparenza verso i consumatori — temi ormai cruciali soprattutto per i più giovani. “Non basta più avere un buon prodotto — ha aggiunto Ferrari — bisogna saper raccontarne la storia”.

L’export traina la ripresa: nuovi mercati all’orizzonte

Il rapporto mostra come nonostante le crisi internazionali le esportazioni abbiano superato i 6 miliardi di euro nel 2025. Stati Uniti (+12%), Cina (+9%) ed Emirati Arabi (+7%) restano mercati chiave. Segnali positivi arrivano anche da Sudamerica e Africa, dove l’espansione della classe media apre nuove strade.

Ci sono però preoccupazioni da non sottovalutare. Il blocco temporaneo di alcune rotte marittime nel Mar Rosso — dovuto all’escalation del conflitto in Medio Oriente — ha complicato le spedizioni verso Est. “Abbiamo dovuto cambiare rotte e riorganizzare le consegne con settimane d’anticipo”, racconta un responsabile logistico di Intercos Spa ad Agrate Brianza.

Sfide future tra sostenibilità e formazione

Guardando al futuro, il settore punta tutto su due fronti: sostenibilità ambientale ed energetica e formazione delle nuove professionalità. Ridurre le emissioni lungo tutta la filiera resta una priorità: molte aziende si stanno dotando di certificazioni ambientali volontarie e investono in tecnologie per risparmiare acqua ed energia.

Allo stesso tempo cresce la domanda per figure specializzate come biotecnologi, chimici ambientali e digital marketing manager. “Serve un dialogo costante con scuole e università”, insiste Ancorotti, convinto che solo così l’industria cosmetica italiana potrà mantenere il suo ruolo a livello globale.

Insomma, il made in Italy della cosmesi dimostra ancora una volta che saper cogliere i segnali deboli (e reagire) fa la differenza anche nelle tempeste globali. Ma il gioco è ancora aperto tra nuovi mercati da esplorare e vecchie incognite da superare.

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