Roma, 23 febbraio 2026 – La crostata di ricotta torna a essere protagonista sulle tavole della Pasqua romana, ma con un tocco tutto nuovo. In una cucina nel cuore di Trastevere, poco dopo le undici di mattina, il profumo della frolla appena sfornata si mescola al suono di tazzine e stoviglie. Tra marmi segnati dal tempo e mestoli appesi, un gruppo di cuochi ha scelto di rivedere il classico dolce pasquale, riscoprendo ingredienti e gesti antichi con uno sguardo fresco.
La tradizione della crostata di ricotta a Pasqua
A Roma e in molti paesi del Lazio, la crostata di ricotta è da sempre un simbolo delle feste. Le famiglie la preparano seguendo ricette tramandate oralmente: c’è chi usa la ricotta vaccina, chi aggiunge scorze d’arancia, chi si affida soltanto allo zucchero a velo per decorare. Una fetta, spesso ancora calda, viene servita la mattina di Pasqua o alla fine del pranzo, accompagnata da un bicchiere di vino dolce. “La crostata di ricotta sa di casa – racconta Laura, cuoca con trent’anni di esperienza ai fornelli – ogni volta che la preparo penso a mia nonna e alla sua cucina sempre piena.”
Quest’anno, però, si sente aria di novità già nella scelta degli ingredienti. “Abbiamo deciso di usare una ricotta di pecora più saporita, miele di castagno al posto dello zucchero bianco e scorza di limone non trattato”, spiega Gianluca, responsabile del laboratorio.
Una nuova ricetta tra memoria e creatività
Così nasce la versione rivisitata: per la frolla, i cuochi hanno impastato a mano 350 grammi di farina 00, 150 grammi di burro freddo a pezzetti, 100 grammi di zucchero di canna e due uova intere. A sorprendere è stata l’aggiunta in piccola parte della farina integrale, scelta per dare una nota croccante. “Ci piace sentire quella differenza sotto i denti, qualcosa che ricordi il pane fatto in casa”, spiega Massimo mentre spolvera il piano con altra farina.
Per il ripieno invece hanno usato circa 500 grammi di ricotta setacciata, mescolata con 100 grammi di miele di castagno, scorza grattugiata di un limone biologico e qualche goccia di cioccolato fondente. “Niente canditi stavolta, li troviamo troppo invadenti”, aggiunge Laura con un sorriso.
La crostata viene poi cotta a 180 gradi per quarantacinque minuti. Il risultato? Un dolce pieno nel sapore ma leggero al palato, che ha convinto anche chi è legato alle versioni tradizionali. “C’è chi storce il naso davanti alle novità – ammette Gianluca – ma quando assaggiano cambiano subito idea.”
Reazioni in cucina e confronto col passato
Le reazioni non si sono fatte attendere. Alcuni assaggiatori – amici, clienti abituali e qualche passante curioso – hanno definito questa nuova versione della crostata di ricotta “più fresca” e “meno dolce”. A colpire molti è stato soprattutto il profumo intenso del miele e la leggerezza data dalla farina integrale.
“Mi riporta alla campagna,” ha detto Maria, storica fornaia del quartiere che per un attimo ha fermato il suo giro per dare un giudizio severo ma sincero. Altri hanno apprezzato la consistenza meno burrosa del ripieno, pur sottolineando che “la ricotta deve essere davvero fresca per reggere il confronto.”
Non sono mancati i nostalgici. Alessandro, anziano cliente seduto vicino alla finestra dalle dieci del mattino, sostiene che “la crostata buona è quella che resta compatta anche dopo tre giorni sotto la campana.” Eppure anche lui ha chiesto il bis.
Un rito che resiste (e cambia)
In vista della Pasqua 2026, questa crostata reinventata sembra pronta a ritagliarsi un posto sulle tavole romane. “Non abbiamo stravolto nulla,” dicono i cuochi prima di sparecchiare. “Abbiamo solo provato a raccontare una storia diversa partendo dalla stessa base.”
Nel laboratorio il ritmo rallenta; le ultime briciole vengono raccolte con cura. La sensazione è che il senso della tradizione stia proprio qui: nei dettagli che cambiano senza perdere mai del tutto quel sapore antico della memoria. Chissà che questa versione della crostata di ricotta non finisca presto nei quaderni delle nuove generazioni – tra pagine macchiate e date scritte a matita.