Milano, 23 marzo 2026 – Un abito dalla struttura corsettata, arricchito da volants morbidi e con una silhouette romantica ma aderente: è questa la creazione che, ieri sera, ha catturato gli sguardi di addetti ai lavori e appassionati durante la Settimana della Moda di Milano. Dietro il nome, ancora una volta, c’è un protagonista che ha segnato il costume contemporaneo: Jean Paul Gaultier. Ma qui non si parla solo di moda. Dentro quel capo c’è una storia che attraversa due secoli e fonde – senza soluzione di continuità – il cabaret parigino del XIX secolo con lo spirito punk di una Londra ribelle.
Un mix di stili che racconta due città
A primo impatto, l’abito – esposto in via Tortona alle 19.30 – mostra subito quella struttura corsettata, un richiamo al bustier d’antan, con echi della femminilità teatrale del Moulin Rouge e forme studiate per muoversi con chi lo indossa. I volants, leggeri ma mai esagerati, sembrano quasi una dichiarazione d’intenti: “Volevamo qualcosa che scorresse senza mai disperdersi”, ha detto una delle stiliste del team Gaultier a margine dell’evento. Eppure c’è anche un dettaglio a sorpresa: la zip a vista, i dettagli metallici, il nero lucido. Elementi che rimandano a quell’energia punk nata a Soho e poi esplosa sulle passerelle internazionali negli anni Ottanta.
Il codice Gaultier tra ribellione e citazioni d’epoca
La moda di Jean Paul Gaultier non ha mai avuto paura di rompere le regole. Dal primo bustier disegnato per Madonna nel 1990 – quando nessuno se lo aspettava – fino alle rivisitazioni recenti dei classici della sartoria francese, il couturier ha sempre scelto di unire mondi apparentemente opposti. “Non è nostalgia”, ha spiegato ieri sera Alain Roche, curatore della mostra, “ma una riflessione sull’identità, sulla libertà del corpo e sulle potenzialità dell’abito come mezzo d’espressione”. Così, tra pieghe di tulle e contrasti tra tessuti tecnici, prende forma un capo manifesto: un ponte tra le ombre dei boudoir ottocenteschi e i lampi delle strade londinesi.
Dettagli sartoriali e riferimenti culturali
A pochi centimetri dall’abito si notano particolari che raccontano una cura quasi maniacale: cuciture a mano sul busto, chiusure in ottone brunito, fodere decorate con micro-motivi geometrici. La palette cromatica – blu notte attraversato da inserti prugna – evoca sia i velluti dei teatri parigini sia l’atmosfera buia dei club underground. “Ci siamo ispirati ai manifesti dell’epoca”, ha raccontato in sala Sofia Biagini, giovane designer italiana coinvolta nel progetto creativo. Un mix che si riflette anche nelle reazioni del pubblico: qualcuno applaude le citazioni rétro, altri restano sorpresi dai tocchi punk volutamente fuori contesto.
Tra passerella e vita quotidiana
Ma un abito così dove può finire nella vita di tutti i giorni? “L’importante è non vedere l’abito come una gabbia”, ha spiegato Gaultier in un videomessaggio proiettato durante l’evento. Il rischio di cadere nell’estetica da palcoscenico c’è eccome. Però il marchio vuole provarci davvero: portare questi codici fuori dal mondo delle sfilate. Nei prossimi mesi, assicurano da Parigi, alcuni elementi – come la struttura corsettata, i volants lavorati con cura e le cuciture a vista – saranno ripresi nella linea ready-to-wear, con prezzi previsti tra i 1.200 e i 3.000 euro.
Una moda che guarda al passato senza nostalgia
In fondo c’è sempre una domanda dietro tutto questo: come fa ancora oggi la moda a parlare alle nuove generazioni? Nel caso di Jean Paul Gaultier, la risposta non arriva mai tutta insieme. “Bisogna osare, rischiare persino l’eccesso”, ha ricordato il curatore Roche poco prima che le luci si spegnessero sulla passerella. Ed è proprio in questo gioco tra rigore e trasgressione che si riconosce la forza di un linguaggio capace di rinnovarsi ogni stagione. Un linguaggio che – almeno per una sera – riesce ancora a sorprendere chi guarda.