Milano, 18 aprile 2026 – Raccontare come si trasmettono i saperi della moda italiana: questa è la sfida al centro di “Grand Tour”, il nuovo documentario presentato ieri sera al Cinema Anteo di Milano. In poco più di un’ora e mezza, il film prova a restituire un ritratto sincero di quel percorso spesso nascosto e poco raccontato che sta dietro al successo del Made in Italy. Firmato dalla regista Martina Parenti, il lavoro si inserisce negli eventi legati alla settimana della moda e vuole mettere sotto i riflettori una realtà che troppo spesso passa inosservata: quella delle scuole, delle botteghe, della fatica quotidiana fatta di prove, errori e gesti ripetuti.
Le storie di chi insegna e impara
Al centro del film ci sono le voci di docenti e studenti. Dalle aule dell’Istituto Secoli fino alla Scuola di Alta Sartoria di Roma scorrono volti giovani, mani al lavoro, sguardi concentrati. “La moda non nasce mai da sola”, dice una delle protagoniste a un certo punto, “è sempre frutto di incontri, pazienza e qualcuno che ti insegna come si fa”. Le telecamere si soffermano su dettagli minuti: la forbice che taglia il tessuto appena all’alba, uno schizzo veloce sul banco, un filo che si rompe e un sorriso trattenuto a stento. Immagini alternate ai racconti di ragazze e ragazzi – spesso giovanissimi – che arrivano da fuori Milano per imparare un mestiere senza scorciatoie ma che richiede impegno vero.
Un viaggio tra le scuole italiane
Girato tra Milano, Firenze, Roma e Napoli, il documentario segue un percorso quasi antropologico: l’ordine razionale delle accademie lombarde lascia spazio all’atmosfera barocca delle sartorie partenopee. “Mi ha colpito molto”, ha spiegato Parenti durante la presentazione, “la cura maniacale per i dettagli che accomuna scuole molto diverse”. La regista preferisce restare in ascolto piuttosto che spiegare: parlano i gesti ripetuti delle sarte napoletane o l’ironia calma di un insegnante fiorentino. “Spesso si pensa che qui si impari solo a disegnare abiti da copertina – racconta – ma la verità è che passiamo mesi su un bottone”.
Maestri e allievi: una tradizione a rischio
Il cuore del racconto è il passaggio generazionale. Nel film ci sono anche brevi apparizioni di grandi nomi – come Rosita Missoni, Alessandro Sartori (Ermenegildo Zegna) e Miuccia Prada – ma l’attenzione principale resta sui maestri meno conosciuti. “Si impara copiando i gesti degli altri”, confida una sarta romana mentre cuce un orlo invisibile a mano. E dalle loro parole emerge una preoccupazione reale: la possibilità che una parte fondamentale del sapere artigiano vada persa. “Non è solo questione di manualità”, sottolinea il direttore dell’Istituto Marangoni intervistato dalla regista, “ma di una vera cultura del lavoro”.
Fallimenti, fatica e piccole vittorie
Il documentario non scivola nella retorica. Racconta anche le difficoltà: l’incertezza per il futuro, la stanchezza dopo ore in piedi, la solitudine dei primi mesi lontano da casa. Una studentessa ammette i suoi errori (“Il primo vestito non mi entrava nemmeno addosso”), un’altra parla della paura di non farcela. Ci sono dettagli quotidiani ma significativi: una corsa sotto la pioggia per non perdere la lezione del mattino, mani coperte di gesso. Ed è proprio lì che emerge la forza della trasmissione orale: non ci sono manuali perfetti, solo errori condivisi da superare insieme.
Un omaggio discreto all’identità italiana
“Grand Tour” si chiude con le immagini delle sfilate finali dietro le quinte: niente luci scintillanti o effetti speciali, ma molta tensione. Ragazzi chini sulle macchine da cucire alle 22.30, una docente che sistema in fretta l’orlo di una gonna prima dell’uscita in passerella. “Ci vuole amore”, confessa uno degli insegnanti mentre spegne le luci in sala. Questo è il senso ultimo del film – e della tradizione tutta italiana della moda: un sapere costruito giorno dopo giorno con gesti tramandati più con la vicinanza che con le parole.
L’opera arriverà presto sulle principali piattaforme streaming. Nel frattempo – tra le poltrone rosse dell’Anteo – resta sospesa nell’aria una domanda aperta: chi sarà a custodire domani questo patrimonio fragile?